venerdì 18 novembre 2016

Il governo Renzi critica l’Europa, ma in Consiglio non ha mai votato No

Nel suo discorso davanti alla Camera dei Deputati ieri a Roma, il presidente del Consiglio Matteo Renzi non ha mancato di criticare nuovamente l’Unione europea. Il premier ha definito l’Europa in preda a “un frenetico immobilismo”; e ha parlato di un continente “senza ambizione”. Non è la prima volta. Nel luglio del 2014, aveva affermato: “Che cosa vedremmo se l’Europa si facesse un selfie? Vedremmo.....
l’immagine della rassegnazione”. Più volte, ha criticato anche la Commissione europea. Nel febbraio scorso, ha esclamato, evidentemente irritato: “Basta con la dittatura degli zero virgola !”, riferendosi alla necessità di rispettare il Patto di Stabilità e di Crescita. Ancora qualche giorno fa, se l’è presa con le richieste comunitarie di tagliare la spesa pubblica in Italia, ricordando polemicamente che l’Europa continua a gestire in modo dispendioso due sedi del Parlamento europeo, a Bruxelles e a Strasburgo. 

A Roma, il governo urla e strepita, mentre a Bruxelles la sua politica è quella del compromesso. L’Italia è tra i pochissimi paesi che negli ultimi due anni (il governo Renzi è nato il 21 febbraio del 2014) non si è mai opposto o astenuto durante un voto in Consiglio, vale a dire l’organismo ministeriale che a seconda delle competenze (Finanze, Esteri, Economia, Interni etc) raggruppa i paesi membri e che ha il potere di colegislatore nell’iter decisionale europeo.  Secondo i dati raccolti dal centro studi bruxellese VoteWatch Europe e rielaborati dal Partito popolare europeo, su 148 voti che si sono tenuti nel Consiglio tra il 1 luglio 2014 e il 31 maggio 2016, l’Italia ha votato sì 148 volte su 148 scrutini. Non ha mai votato No, né mai si è astenuta. Solo altri due paesi hanno lo stesso record: la Lituania e la Lettonia. Le statistiche smentiscono i clichés. I paesi del Nord – quelli che secondo la vulgata comune non guarderebbero in faccia a nessuno e dietro le quinte negozierebbero con successo le soluzioni a loro più favorevoli – appaiono assai meno prevaricatori del previsto. La Germania, che in Italia viene accusata da più parti di imporre la sua volontà sul resto dell’Unione, ha votato due volte contro un provvedimento e tre volte si è astenuta. L’Olanda ha votato 7 volte contro e 5 volte si è astenuta. Anche l’Austria ha votato contro 5 volte, e si è astenuta 4 volte. 

A confermare la sua posizione isolata è in compenso la Gran Bretagna, che ha fatto segnare 12 voti contrari e 12 astensioni su 148 scrutini. Le statistiche sono curiose. Cosa c’è dietro all’accondiscendenza italiana: La bravura della Farnesina che riesce a modificare secondo il proprio interesse il provvedimento in discussione? Il desiderio di difendere un approccio europeo e di votare comunque con la maggioranza per evitare di indebolire ulteriormente l’Unione ? L’apprezzabile capacità di accontentarsi di un compromesso? Probabilmente, tutte e e tre le ragioni sono valide. Fatto sta che le critiche, talvolta accese, del presidente del Consiglio all’Unione europea stonano con l’esperienza del paese al momento del voto in Consiglio. In fondo, accusare l’Europa di “frenetico immobilismo” in questo contesto suona curioso. I dati sembrano confermare un brutto vizio: quello di criticare l’Europa a Roma, scegliendo a Bruxelles una strada più europeista, pur di flirtare con la parte più euroscettica dell’elettorato.

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