venerdì 22 giugno 2018

"Il re dell’accoglienza": il business fruttava 24mila euro al giorno e una Ferrari

La sua passione sono le auto sportive. Ed è diventato un classico la foto che lo ritrae, con tanto di sciarpone colorato, accanto allo sportello di una Ferrari rossa. «Auto in gran parte prese a noleggio di lungo periodo» dice chi lo conosce da tempo nel suo paese, Sant’Agata dei Goti. Ma l’associazione del nome di Paolo Di Donato, 48 anni, al business dell’accoglienza migranti nel Sannio è ormai risaputa da queste parti.
Un uomo brillante, intraprendente, che sa intrecciare relazioni a più livelli. Un uomo che ha anche un trascorso politico, iniziato, come tanti in provincia di Benevento, con l’Udeur di Clemente Mastella. Poi il passaggio con il Pdl e l’elezione, nella lista di partito, a consigliere comunale di Sant’Agata dei Goti. Subito dopo, segue i tanti che, con Nunzia De Girolamo, decisero di lasciare il Pdl berlusconiano per appoggiare la nascita dell’Ncd di Angelino Alfano.

Ma la politica è solo un tramite per intrecciare relazioni. Non il vero obiettivo. Di sicuro, tra i cinque finiti agli arresti domiciliari nell’inchiesta sui centri di accoglienza beneventani, Paolo Di Donato è il nome più conosciuto. Il «re dei migranti» lo definiscono e di lui si occupò anche Mario Giordano nel suo libro «Profugopoli». Lo definiva «l’uomo in grado di incassare 24mila euro al giorno». Fino a due anni fa, il consorzio «Maleventum», di cui Di Donato viene indicato «gestore di fatto», raggruppava dodici centri per 740 migranti e 120 dipendenti. Secondo la Procura di Benevento, quei centri sono diventati tredici per 777 migranti. Un vero affare. L’ultima uscita politica è stata la cena, tre anni fa, con i vertici di Ncd al castello di Limatola. Mille euro per la partecipazione e il finanziamento della campagna elettorale del partito, con tanto di foto in compagnia del sottosegretario Gioacchino Alfano. 

Di certo, Di Donato, sposato da vent’anni, amante della montagna e della vita brillante, il suo business ha saputo gestirlo alla grande. Sette anni fa, dichiarava un reddito annuale di 470mila euro. Il gip Gelsomina Palmieri lo definisce, calcando molto la mano, «soggetto pluripregiudicato di notevole pericolosità sociale». E ancora: «Sebbene non svolga alcun ruolo ufficiale all’interno del consorzio Maleventum, è il vero gestore di tutti i centri che fanno capo al consorzio». Le sue conoscenze in Prefettura, in Questura e alla Procura della Repubblica gli hanno consentito di conoscere in anticipo i controlli programmati nei centri del «Malaventum», ma anche di avere le prime imbeccate sull’inchiesta che lo ha portato agli arresti domiciliari. Il nove marzo del 2016 va in Questura chiede di parlare con un ispettore capo suo conoscente. L’ispettore, fedele al suo ruolo e alla sua divisa, scende, ma registra la conversazione e ne fa un’accurata relazione di servizio. Vi riporta anche una frase che sintetizza tutto il personaggio Di Donato: «Sono schifato, il fatto dei giornali sono tutte stupidaggini. Da Roma...persone intorno ad Alfano mi hanno detto come dovevo dire, di non parlare male della Prefettura, non dire che i soldi non arrivano, però mo’ sono venuto a sapere l’indagine che state facendo voi».

Due anni nell’ansia di un’indagine che, delegata insieme alla Questura e al Comando provinciale dei carabinieri di Benevento, ha fatto le pulci al sistema d’affari dell’accoglienza sannita. Un sistema dove il re, riconosciuto da tutti, è Paolo Di Donato. Da Damasco uno a Damasco tredici, come si chiamano tutti i centri di accoglienza del «Maleventum» il giro d’affari è considerevole. Basti una cifra per tutte, l’importo netto accreditato alla filiale di Sant’Agata dei Goti della Bpm per il 2016: sei milioni e 201mila 872 euro. Tutti a nome del «Maleventum».

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